IL FALCO

falco2L’atteso falco
ecco
planare sul mio tetto
ripiegare le ali
sulla cenere dei muri
e con regali artigli
rampare alle commessure

Ma breve è il transito
e al sofferto richiamo
oppone
l’alterigia del distacco

In tempo estraneo
compie la sua
totale ascesa
a graffi e strappi
procurando tatuaggi.

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Cuore di madre

 

lap-dance 

 

“Un martello, ecco cosa ci vorrebbe per te, figlia mia. Un martello per aprirti la testa e svuotarla di  tutte le idee strambe che ti ci sei ficcata dentro! Non ne posso più di sentirti farneticare sempre delle stesse menate: la danza, la palestra, il tatuaggio, il piercing…Hai ventinove anni, lo capisci o no? Non ti pare che sia giunto il momento di smetterla con queste stupidate? Queste strampalate smanie di veline, letterine, numerini e il diavolo sa che cosa!  Cercati un lavoro piuttosto. A cosa ti è servito il diploma? E il corso di informatica? E alla fine, se come dici tu lo studio non è valso a nulla, vai a fare la commessa, la badante, la donna delle pulizie, qualcosa di concreto, insomma.  Smettila di guardarti continuamente allo specchio, non sei più bella di tante altre ragazze. D’accordo, sì, sei carina, ma se dovessero avere successo tutte le belle ragazze che ci sono al mondo! Mica ci sei solo tu. E poi per una che va avanti…sì, va avanti, ma come,che ne sai tu, che ne sappiamo noi di come vanno avanti. Devi avere il santo, che se non ce l’hai, hai voglia di aspettare e fare provini.

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YESTERDAY

 

 

 

Ricorda che si chiamava Mark. Ma non ricorda dove l’aveva conosciuto. Ricorda che era un amico di Simon e di Abel ma per quali vie, per quali connessioni fosse arrivato a casa sua non lo ricorda. Eppure la sera della festa la ricorda benissimo. Mark era arrivato per primo per sistemare gli strumenti sonori. Uno, strumento. Una sorta di sintonizzatore che usava per le serate in discoteca. Forse era proprio là che lo aveva conosciuto. Forse. C’era sempre tanta di quella baraonda, in discoteca, che memorizzare la fisionomia delle persone era l’ultima cosa che si potesse fare.

Il passato era così confuso, soprattutto “quel” passato. Un tempo lontano, di grovigli, di vita e di morte, di speranze e di disperazione. Ma quella festa l’aveva voluta ad ogni costo. Doveva essere la serata di Simon, era il suo compleanno, e sarebbe stato lui a decidere chi doveva esserci. Foss’anche la sua ultima conquista femminile. Non doveva importarle, perché sarebbe stata una delle tante, una per confondere le acque della loro relazione che doveva restare segreta.

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Solitudine o libertà?

 

Quando ero bambina, avrò avuto sei o sette anni, sentivo spesso cantare una canzone che diceva: “Sola me ne vo per la città/passo fra gente che non sa/che non vede il mio dolore…” ecc. ecc. La trasmettevano alla radio e la suonavano sul radiogrammofono ultimo modello, che mio padre aveva portato dalla città, quando mia  madre e sua sorella organizzavano i pomeriggi danzanti. Più tardi, quando ero una giovinetta, continuai a sentirla cantare alla radio, mezzo di informazione e svago che mi ha sempre affascinato e che preferisco alla televisione, ai video e a tutte le tecnologie avanzate che propongono immagini. Non che le disdegni, intendiamoci, le utilizzo ma non ne faccio un uso smodato, diciamo che ne prendo un po’ le distanze o, con altre parole, evito le sovradosi. Diventando adulta, l’eco di quella canzone andò spegnendosi, ma ogni tanto mi capitava di canticchiarne il ritornello. Quella canzone mi era sempre piaciuta senza capire il come e il perché mi fosse rimasta tanto impressa.

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LABBRA

 

 

 

 


Oh come il miele
vischiose quelle labbra
canto di vasta pena
a suscitare.
Hanno del marmo
il freddo sepolcrale
della conchiglia
la dura concrezione.
Spuma che si dissolve
al vento il loro
bugiardo palpitare.

CHE N’E’ STATO DI NOI

 

“ Pronto?”

“ Sì, pronto, mi riconosci?”

 “No, chi sei?”

“ Dai, pensaci su un attimo.”

“ Cavolo! Sei Fabio! Non ci posso credere. E come potevo riconoscerti dopo tutto questo tempo. Sono passati…quanti anni? Tre, quattro?”

“ Appena tre anni e nove mesi.”

“Tre anni e nove mesi di silenzio, esattamente dal tuo matrimonio.”

“ Per carità, non ricordarmelo.”

“ Cosa? Il silenzio o il matrimonio?”

“ L’uno è la conseguenza dell’altro.”

“ Non mi dire! Sei già pentito?”

“Non proprio, ma quasi, non è facile, sai.”

La sua voce si è fatta seria. Improvvisamente lo sento svigorito e malinconico.

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