Quando ero bambina, avrò avuto sei o sette anni, sentivo spesso cantare una canzone che diceva: “Sola me ne vo per la città/passo fra gente che non sa/che non vede il mio dolore…” ecc. ecc. La trasmettevano alla radio e la suonavano sul radiogrammofono ultimo modello, che mio padre aveva portato dalla città, quando mia madre e sua sorella organizzavano i pomeriggi danzanti. Più tardi, quando ero una giovinetta, continuai a sentirla cantare alla radio, mezzo di informazione e svago che mi ha sempre affascinato e che preferisco alla televisione, ai video e a tutte le tecnologie avanzate che propongono immagini. Non che le disdegni, intendiamoci, le utilizzo ma non ne faccio un uso smodato, diciamo che ne prendo un po’ le distanze o, con altre parole, evito le sovradosi. Diventando adulta, l’eco di quella canzone andò spegnendosi, ma ogni tanto mi capitava di canticchiarne il ritornello. Quella canzone mi era sempre piaciuta senza capire il come e il perché mi fosse rimasta tanto impressa.
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