09
Lug
08

Solitudine o libertà?

 

Quando ero bambina, avrò avuto sei o sette anni, sentivo spesso cantare una canzone che diceva: “Sola me ne vo per la città/passo fra gente che non sa/che non vede il mio dolore…” ecc. ecc. La trasmettevano alla radio e la suonavano sul radiogrammofono ultimo modello, che mio padre aveva portato dalla città, quando mia  madre e sua sorella organizzavano i pomeriggi danzanti. Più tardi, quando ero una giovinetta, continuai a sentirla cantare alla radio, mezzo di informazione e svago che mi ha sempre affascinato e che preferisco alla televisione, ai video e a tutte le tecnologie avanzate che propongono immagini. Non che le disdegni, intendiamoci, le utilizzo ma non ne faccio un uso smodato, diciamo che ne prendo un po’ le distanze o, con altre parole, evito le sovradosi. Diventando adulta, l’eco di quella canzone andò spegnendosi, ma ogni tanto mi capitava di canticchiarne il ritornello. Quella canzone mi era sempre piaciuta senza capire il come e il perché mi fosse rimasta tanto impressa.

Poco tempo fa’ ho visto il film “Il regista di matrimoni”. Un po’ in ritardo rispetto ai tempi della sua uscita nelle sale cinematografiche, ma io i film li vedo sempre in ritardo e quasi sempre in dvd. La trama, o il plot, come usa dire chi parla bene, è leggermente sfilacciata, in breve si tratta di un uomo che salva una ragazza da un matrimonio che non vuole ma che è costretta a fare per assecondare la volontà del padre. Alla fine i due riescono a scappare, la ragazza da quelle nozze indesiderate e l’uomo dal padre di lei che lo vuole morto. Nella scena finale lei e lui stanno sul treno ma in due vagoni diversi, e stanno sorridendo mentre una voce fuori campo canta:”Sola me ne vo per la città/passo fra le gente che non sa…” Ho provato un’emozione fusa con la malinconia e mi è sembrato di trovare un senso nuovo a quelle parole che raccontano di un amore perduto e cercato sulle strade che lo hanno visto vivere. Ho compreso che “sola me ne vo” non è la tristezza di una perdita sentimentale, almeno non solo questo, ma è anche il canto liberatorio di una vicenda che ha reso in qualche modo schiavi e l’inizio di un cammino nuovo, svincolato dai retaggi del passato e affrancato da ogni condizionamento sia affettivo che sociale. Che Bellezza!

 


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