23
Mag
08

BREVE VIAGGIO

 

Il cartello segnalava traffico intenso e lunghe code, ma per fortuna tutto era fluito meglio del previsto e l’auto non aveva perso velocità.

            La pineta di Castelfusano le aveva riportato alla mente alcuni ricordi che credeva sepolti del tutto. Fra i pini di Monte Pellegrino aveva fatto un giorno l’amore con Dino. Era un pomeriggio di marzo, la luce filtrava attraverso la fitta rete degli alberi e loro si erano accorti, dopo, di una figura che andava in giro spiando. Lei aveva provato disagio, si era sentita come frugata, violata, lui aveva riso: è un povero matto, non ci conosce nemmeno, cosa vuoi che gli importi. Questo ricordo era stato per lungo tempo motivo di fastidio, ma, dopo, quando la storia con Dino era naufragata, le aveva procurato tenerezza e rimpianto.

Ora provava solo indifferenza. Era solo un episodio fra gli altri della sua vita.

Il tempo aveva prosciugato tante emozioni. Si erano susseguite tante stagioni, nella sua stanza si erano regolarmente alternati stufa e climatizzatore, innumerevoli volte sulla sua terrazza i cuscini colorati avevano ceduto il posto ai teli cerati.

            Aveva preso dei biscotti dalla sacca posata ai suoi piedi e li aveva mangiati con avidità, poi aveva versato in un bicchiere di carta un’abbondante dose di succo di frutta. Ingurgitandolo aveva pensato che la sua dieta era andata a farsi benedire. Troppe trasgressioni, che però le  davano una specie di eccitazione, mentre si diceva che, appena  fosse stata a casa, avrebbe ripreso le sue regole alimentari. Era come ritornare bambina, quando la sera ripassava i buoni propositi per il giorno dopo: niente bugie, studiare di più, andare più spesso in chiesa.

            Il tempo dell’infanzia era talmente remoto che le pareva appartenesse ad un’altra persona, pure le piaceva indugiare in qualche piccolo particolare insignificante e costruirvi sopra, fino al punto di non capire più dove finiva il ricordo e dove incominciava la fantasia. Erano dell’infanzia anche la paura e l’insicurezza che non l’avevano mai abbandonata del tutto, il bisogno di una presenza fisica che colmasse la distanza fra sé e il mondo che la circondava. Questo l’aveva spesso condotta a scelte sbagliate. O forse a scelte subite: incontri, relazioni, amicizie, amanti. Tutto pur di vincere la paura dell’isolamento, pur di non perdere il legame, seppure effimero, con i suoi simili. Ed era un bisogno incontenibile riempire ogni ora di ogni giorno, sfuggire al silenzio anche di un solo momento, disertare la casa, accumulare indumenti su sedie e poltrone rinviando all’infinito la decisione di mettere ordine. Anche questo breve viaggio era il risultato della sua paura, una decisione presa per non patire la lontananza da Vanni e per cercare di rinsaldare quello che sperava si potesse trasformare in un vincolo duraturo.

 

            Era ancora tutto in gioco. Ancora due giorni, un tempo abbastanza lungo per recuperare il periodo della permanenza di Vanni a Milano. Erano stati quattro giorni insensati, lui dai suoi figli, lei dalla cugina Liliana. Quattro giorni di noia e di pensieri tristi. Il cielo sempre grigio, oscurato da intense nuvole che spesso si mutavano in pioggia; i bambini di Liliana che litigavano urlando, le telefonate di Vanni che tardavano a giungere. A denti stretti attendeva di ritornare, faceva progetti rifiutandosi di tenere conto che oltre alla sua esisteva la manifestazione della volontà di lui. Quattro giorni lunghissimi, insopportabili se non fosse stato per quel fine settimana in Valtellina dove Liliana aveva insistito per portarla. Là era riuscita a mettere da parte ogni cruccio. Tutto era nuovo e festoso: le case con i loro tetti di legno, le balconate infiorate di gerani multicolori, lo Stelvio, superbo nella sua verde magnificenza. Un paesaggio da fiaba nordica, dal quale pareva dovessero apparire da un momento all’altro gnomi, folletti e ninfe, così lontano e diverso da quello della sua Sicilia, solare, bruciato dalla calura, circondato dal turchino delle acque mediterranee e soffuso di azzurro e di giallo.

            Nel silenzioso torpore generato dal monotono scorrere della strada le passavano sotto le palpebre socchiuse le immagini dei giorni trascorsi, ma tutto era confuso, ingarbugliato, gli eventi di ieri si intrecciavano con quelli di due giorni prima, quello che era già accaduto si mescolava con quello che pensava potesse accadere e il tempo le sembrava un nastro con tanti nodi ancora da sciogliere. Si sentiva come sotto l’effetto di un’anestesia.

            E in quel vuoto pieno di tante sensazioni irreali le era giunta la voce preoccupata di Vanni che sospettava un guasto alla macchina.

 

            Alla prima area di servizio Vanni si era fermato per un controllo.  No, l’auto non era in condizioni di affrontare il lungo tragitto che ancora li aspettava, aveva detto il meccanico, bisognava fermarsi, un giorno o due, non era in grado di precisare, occorreva rivedere il motore se non volevano correre il rischio di restare bloccati in autostrada. Gli aveva dato l’indirizzo di un’officina e una guida degli alberghi. Vanni si era riseduto al posto di guida in silenzio, era pallido e nervoso, non si risolveva a niente, né a ripartire né a scendere dall’auto.

            “Prendiamo un caffè- aveva detto lei- e un po’ d’aria. E’ un banale guasto, risolveremo tutto entro domani.”

            Dopo il caffè era andata alla toilette. Aveva guardato il suo viso riflesso sullo specchio appannato del lavabo: gli occhi erano cerchiati, i capelli in disordine, la pelle opaca, inaridita dalla polvere e dall’aria, le labbra screpolate. Aveva estratto il rossetto dalla borsa e se l’era passato più volte sulle labbra, aveva ravviato i capelli portandoli tutti indietro e si era spruzzata alcune gocce di profumo dietro le orecchie e sui polsi. Si sentiva un po’ rimessa a nuovo, in grado di affrontare il seguito.

 

            L’albergo sul lido di Ostia li aveva accolti con una folata di vento caldo che alzava la polvere e le foglie cadute dagli alberi. Il litorale era disseminato di insegne luminose, un tripudio di luci colorate che pure non riuscivano a smorzare la malinconia della sera autunnale. Il mare brontolava sommessamente.

            Era una doccia la cosa che desiderava di più, aveva detto, deponendo la borsa da viaggio sulla sedia e iniziando a spogliarsi. Gli indumenti cadevano uno per uno disordinatamente sul letto, non si era neppure preoccupata di tirare le tende nell’ansia di guadagnare per prima la strada verso la stanza da bagno. L’acqua che le scorreva addosso le dava un senso di liberazione, si strofinava la pelle come se dovesse espellerne uno strato, come se da quella abluzione avesse dovuto venire fuori depurata, miracolata.

            Dopo si era distesa sul letto avvolta nel telo di spugna, cedendo il posto a Vanni e aspettando che lui le si mettesse accanto. Dopotutto quella sosta forzata poteva risolversi in loro favore, aveva pensato, una pausa di distensione utile anche ad affrontare il discorso che li riguardava.

            Vanni si era messo a letto in pigiama, cupo in volto, gli occhi arrossati. Si era allungato sul materasso silenziosamente, con lo sguardo perso dentro il bianco del soffitto.

“E’ soltanto un guasto- aveva detto lei- domani lo faremo riparare e sarà tutto risolto.”

Lui si era agitato di più,si era coperto il viso con le mani che iniziavano a tremare.

“Bisognerà sostituire parte del motore- aveva spiegato con la voce che si spezzava- non è roba da poco.”

“Va bene -aveva ribadito lei- è solo una questione di soldi.”

Ma Vanni aveva un tremito per tutto il corpo e le lacrime agli occhi.

“Non ho soldi- aveva detto- ho lasciato a Lidia un assegno per tutta la scopertura del mio conto. Era nei guai, avvilita, quasi disperata.”

            Aveva capito tutto: i giorni trascorsi con Lidia e i ragazzi, le telefonate che non arrivavano e lui che andava sbandierando ai quattro venti come la sua ex fosse stata gentile e disponibile, quasi amabile, come si fossero intesi bene su tutto, tanto da aver preso anche in considerazione l’ipotesi di un’eventuale riconciliazione. Tutto quello che le aveva procurato l’ansia dolorosa per una possibile rottura fra lei e Vanni adesso le appariva sotto una luce nuova, quella vera : Lidia aveva soltanto circuito Vanni con l’intento di prosciugare le sue risorse economiche, lasciandolo in preda alla sua nevrosi e alla sua labilità emotiva.

            Il mio prossimo uomo, aveva pensato, saltando completamente la fase del compatimento, se mai ci sarà, dovrà essere ricco e senza problemi.

            Si era alzata. Il telo di spugna le era scivolato e lei si era ritrovata nuda davanti allo specchio. Aveva guardato il suo corpo con attenzione critica. Che cosa ho che non va, si era chiesta, per attirarmi sempre addosso le storie più impossibili. E aveva ripensato al passato, a tutte le sue storie d’amore senza lieto fine e a tutte le amarezze che le avevano lasciato. Per chiudere una storia, anche la più infelice, aveva avuto bisogno di iniziarne un’altra e per questo non aveva mai capito in tempo in cosa si imbarcava.  Andava avanti come nel gioco della mosca cieca, senza sapere mai di chi era la spalla che aveva sfiorato con le dita. Era stata una catena, un anello dentro l’altro. Un passaggio di testimone, una staffetta, ma al traguardo della serenità e della pienezza d’amore non l’aveva mai condotta nessuno. Tutti gli uomini che aveva conosciuto le avevano recato in dono i loro problemi, le loro situazioni passate, la loro instabilità, spesso la precarietà delle risorse finanziarie che aveva fatto di tutto per risanare. 

            Vanni guardava le sue nudità senza vederle, le mani strette al lenzuolo. Si era avvicinata a lui e si era accorta che i nervi lo stavano vincendo. Allora aveva aperto la valigetta di lui ed aveva cercato il Valium. Ne aveva versato dieci gocce nel bicchiere che stava sul tavolo, vi aveva aggiunto dell’acqua e glielo aveva porto. Lui aveva seguito le sue mosse inebetito, aveva preso il bicchiere con tutte e due le mani e ne aveva inghiottito il contenuto tutto d’un fiato.

            Ora mi toccherà pure consolarlo, aveva pensato, e per un attimo aveva provato un moto di compassione. Si era chinata su di lui, lasciando che i suoi seni gli sfiorassero il petto. Cercava di stabilire un contatto fisico che allentasse la tensione e riportasse le cose ad una dimensione meno greve. Lui le si era avvinghiato come ad un ceppo incontrato fortunosamente durante un naufragio. Non parlava ma si stringeva a lei e la guardava come se volesse dirle delle cose che però non riusciva a dire. Allora gli aveva accarezzato la guancia col dorso della mano e aveva detto: “Sta’ tranquillo, penserò io a tutto.”

Quelle parole pareva lo avessero calmato, si era assopito e lei si era sentita irrimediabilmente sola in quella stanza estranea, in quell’ambiente anonimo che tutti gli effetti personali non riuscivano a personalizzare.

 

            Dalla finestra guardava il mare. Era scuro ed agitato per via del vento che sollevava tutt’intorno mulinelli di sabbia. Sulla spiaggia gli ombrelloni chiusi apparivano come piccoli alberi ischeletriti . Nel gazebo di sotto all’albergo le poltroncine bianche e rosse di resina erano poggiate ai tavoli in una posizione d’abbandono. Le giungeva, attraverso i vetri sporchi, un’atmosfera da sobborgo di periferia. Si era chiesta dove fosse finita la magia di quel luogo e se mai fosse esistita. Ora quel posto non era che un ammasso di costruzioni che avevano invaso ogni più piccola porzione di spazio. Restava solo il mare.

            Sono troppo stanca, aveva pensato, tutto mi appare in una luce triste. Ritornando ogni cosa riassumerà le giuste proporzioni. Anche il viaggio, con tutte le insofferenze ed i cattivi pensieri, le si sarebbe ripresentato come qualcosa di piacevole, un intermezzo del quale avrebbe ricordato le fasi migliori. Ma non riusciva ad immaginare il seguito, tutto era ipotetico, imprevedibile, solo la sua ansia e la solitudine di tanti giorni vissuti nell’altalena del sì e del no erano una realtà immaginabile.

            Il centralinista dell’albergo le aveva passato la telefonata di Vanni. Le diceva che ne avrebbe avuto per tutto il pomeriggio, ma che sarebbe ritornato per il pranzo, che prenotasse, sì, certo, al ristorante dell’albergo, era più comodo, se tutto andava bene si sarebbero rimessi in viaggio in serata. Sembrava non avere vissuto l’abbandono e lo scoraggiamento della sera prima, quella forma di muta disperazione che lo aveva consegnato al totale sconvolgimento dei nervi. La mattina si era alzato come rinvigorito, recuperato alla piena padronanza di sé ed aveva atteso alle consuete pratiche mattutine senza fare alcun riferimento ai fatti della sera prima. Era uscito come sgravato, senza mostrare segni di nervosismo o di preoccupazione. L’aveva abbracciata e nell’abbracciarla aveva cercato di stabilire un’intesa che preludesse ad un contatto più profondo. Le aveva aperto la vestaglia e l’aveva distesa nuda sul letto fissandola come fosse una farfalla imbalsamata che avrebbe ritrovato al suo ritorno.

             Il vento sbatteva alla finestra, fischiava attraverso le stecche delle tapparelle e passando per gli spifferi gonfiava la pesante tenda verde.

            Aveva tolto dalla borsa il libretto degli assegni, aveva scritto una cifra e lo aveva firmato. Lo aveva deposto sul tavolino da notte fermandolo con il dozzinale posacenere di vetro.

            Al tassista che l’aspettava sotto la cupoletta di plexiglas all’ingresso dell’albergo aveva detto, con voce sicura:

“Alla stazione, prego.”

 

 

 

 

 

 


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